↑ Torna a Informazioni

Racconti

IL PAESE DELLE FAVOLE

Tanti, sono i paesi che offrono ai visitatori cose stupende: grandi cattedrali, scorci di strade ciottolate dove ancora regnano archi in calce e pietra “viva”, alti castelli mezzi diroccati, dove nidificano gazze e corvi chiacchieroni; musei che ospitano vecchi arnesi e oggetti contadini. ma, nessuno di questi paesi riesce ad offrire favole. Belmonte Mezzagno è forse l’unico paesino a non avere monumenti stupendi, anzi, a pensarci bene credo che di monumenti non ne abbia proprio, ma ha il meraviglioso dono di sapere donare favole. Basta entrare in una viuzza del centro storico, in una di quelle stradine dalle case basse e tinteggiate da colori stupendi che subito si sentono i muri narrare le loro storie.

Osservavo, impietrito, il muro del davanzale di una vecchia finestra, di una di quelle case abbandonate, e il colore azzurrognolo, come quello del mare, mi trasportò negli abissi più profondi. Giù mi accorsi di essere un altro, diverso, non sentivo il peso dell’acqua schiacciarmi, anzi, ero come sospeso in aria, come se volassi. Mi toccai le gambe, le braccia, fin’anche il viso, e m’accorsi con stupore d’esser desto. Vedevo, in quell’azzurro profondo, una valle incantata: vasti prati fioriti, dai colori stupendi e un rigagnolo d’acqua che scendeva lento da pendii rocciosi, formando tantissime cascatelle e dando musica ad un melodico gorgoglio che mi trascinava sempre più lontano. M’accorsi di un albero che sovrastava la valle; mi avvicinai e vidi che aveva degli strani frutti. sembravano sorbe; sì, proprio così, sorbe. Tanta gente era lì indaffarata a raccoglierne grosse manciate. qualcuno prendeva il frutto e lo metteva in bocca assaporandoselo.

– Che frutto è, signore? – chiesi ad uno dei tanti.

– E’ il frutto del senno! – Mi rispose

– Lo assaggi – continuò, – diventerà saggio, sapiente quanto lo è un vecchio di sopra i cent’anni.

Cercai di toccarmi ancora. sì, ero sempre sveglio, e lo ero perché i miei occhi stavano ancora fissando quel bel vecchio colore stinto del davanzale di quella decrepita finestra.

– E’ una pianta meravigliosa, sa? – Continuò quel tizio con in bocca quello strano frutto.

– Viene gente da paesi molto lontani per assaggiarlo e divenire saggio. Il piccolo borgo di case ancora più a valle è conosciuto in tutto il mondo, si chiama Belmonte Mezzagno, Belmonte, perché è circondato da questi bei monti, e Mezzagno. sa che non ricordo bene, signore? E questo ruscello che lo attraversa, arricchisce perenne la valle; i fiori, di notte si levano per andare a bere e lei, se vuole, può stare qui a sentire il suono del silenzio.

Rimasi meravigliato, mentre quello continuava.

– Si, signore! Perché. quando il silenzio è profondo, se ne sente il rumore.

D’un colpo pensai d’esser proprio sott’acqua, mi sentivo inzuppato. Era solo un acquazzone, un capriccioso acquazzone che si trovò di lì a passare e mi colò come un pulcino appena uscito dal guscio; poi ebbi un sussulto di paura. niente, era solo un gatto inzuppato che m’investì passando per cercare riparo attraverso uno di quegli usci socchiusi. Anch’io cercai riparo più avanti, sotto uno di quei balconcini in ferro con una lastra di marmo come base, e quella lastra sembrava proprio spaccata a metà; mi misi a guardare quella fenditura e, come d’incanto, eccomi ancora in quella valle; solo che non sembrava per niente fiorita, i prati erano diventati aridi e brulli, non sentivo il gorgoglio dell’acqua. niente, anch’essa era scomparsa, cercai la pianta e non riuscivo più a trovarla.

“Strano!” esclamai, eppure il posto era questo. E la gente? Non c’era più nessuno! Non avevo a chi rivolgermi per avere notizie. Provai a scendere più a valle, al borgo di Belmonte, e m’accorsi di un vecchietto, sembrava l’unico superstite, era seduto su di una vecchia panca, lo guardai e vidi che era intristito, gli chiesi perché quel posto era divenuto melanconico.

– Deve sapere, – mi disse con calma e con parole d’una saggezza d’altri tempi – che un giorno arrivarono in questa valle sette briganti, figli delle sette sorelle che abitano a monte della chiesetta della Madonna dei poveri, “la grotta delle sette camere” sette sorelle, figlie di mamma Drago che aveva sette teste; questi briganti, armati di grosse spade, colpirono la pianta del senno; più colpivano e di più essi diventavano trasparenti, tanto che non riuscirono più a vedersi. Distrutta la pianta, fermarono il sapere. In questo posto, nessuno, volle più tornare.

Dei briganti solo la risata si sente, una cavernosa risata che ogni notte di luna piena assorda la valle ed incute timore i pochi rimasti ad abitare questo piccolo borgo. Solo una volta l’anno, nel mese di Agosto, quando la luna è al suo ultimo quarto, le sette sorelle scendono a valle, qui, in questo posto dove prima regnava la pianta, e aspettano di vedere passare i loro figli incatenati l’un l’altro da una malìa; vanno errando per il mondo in cerca di pietà; solo quando il bene supererà di molto il male che hanno fatto, torneranno ad essere uomini “vivi”, solo allora la pianta riprenderà a germogliare e a produrre quel piccolo frutto del sapere; solo allora tutto tornerà ad essere come prima. solo allora.

La campana della chiesa suona l’Ave Maria trascinandomi fuori dal piccolo borgo; il sole è da poco tramontato e si vedono i comignoli fumare; nell’aria si sente l’odore di caldarroste, mentre la nebbia scende lenta, incappucciando la cima dei monti e avvolgendo in un fascino misterioso questo piccolo paese delle favole.

Rocco

I TRE GOBBETTI

Il freddo umido, di quella mattinata settembrina, invitava la gente a restarsene in casa, o meglio ancora a rimanere comodi nel letto a dormire, imbacuccati da pesanti coperte, sogni beati, se non fosse stato per il fischio continuo delle navi in partenza; Iselle avrebbe certamente continuato a tirarle le coperte, se Oreste, il marito, capitano di lungo corso non fosse partito proprio quella mattina. – Stai fuori tanto, questa volta? – Ripeteva Iselle, tra un sorso di latte e un morso a qualche galletta (biscotto francese) che Oreste portava a casa ad ogni rientro da Parigi. – Sono stufa di questo tuo continuo partire; mi annoio tanto durante le tue assenze che non so proprio come passare la giornata da sola. – Oreste la guardava senza rispondere, tanto sapeva che alla fine si sarebbe persuasa che il lavoro del marinaio non lo si poteva certamente cambiare con quei continui mugugni.

Un abbraccio, un veloce bacio e con il grosso borsone sulle spalle, Oreste riprende a scendere giù verso il porto. Nonostante il freddo, la strada è già piena di gente indaffarata, i pescivendoli si danno un bel da fare a vendere il pescato della notte; mentre da giù, in fondo alla strada, Oreste accenna a sbandierare un lontano saluto. Iselle era ancora ritornata sola; pensava al paese natio, ai parenti lasciati laggiù, agli amici. invece lì, in quella città di Palermo era più sola che mai. Pensò stavolta come potere impegnare il tempo nell’attesa che ritornasse il marito dal lungo viaggio. Si trovarono a passare di lì per caso tre gobbetti che suonavano l’armonica; erano sbarcati da poco e non si capiva da dove arrivassero, quello che era evidente è che sembravano dei saltimbanchi in cerca di lavoro, malvestiti e intirizziti dal freddo; ad Iselle misero molta tenerezza, tanto che ne approfittarono un po’ e le chiesero ospitalità per qualche giorno. Iselle, in un primo tempo disse di no, mentre poi, pensando d’essere sola, capì che avrebbero potuto tenerle compagnia. Infin dei conti non c’era proprio niente di male, pensava, le avrebbero riempito qualche giornata di allegria quelle dolcissime note delle armoniche, e finì che rimasero. La sera, mentre erano seduti attorno al braciere acceso, si sentì bussare alla porta. – Mio marito! – Sussultò Iselle; lo aveva capito dal tocco alla porta. – E ora cosa gli dico? – Fossero stati tre bambini! Anche se. ma erano pur sempre delle persone adulte; e geloso com’era Oreste avrebbe certamente inscenato chissà quale dramma. Come fare? Il marito continuava a bussare alla porta animatamente, mentre lei gli rispondeva di essere impossibilitata ad aprire e che lo avrebbe fatto a momenti. Presto detto fece entrare i tre gobbetti dentro un vecchio forno dove prima si cuoceva il pane, e lo chiuse; non le venne difficile farlo, erano piccoli di statura. tre mezzi uomini, sì, proprio così! Tre mezzi uomini, sembravano tre gemelli, chissà se non lo saranno stati davvero. Chiusi i tre nel forno, tolse in un lampo quanto potesse essere d’indizio, ed aprì al marito. – Si può sapere il perché di tanto ritardo ad aprire la porta? – – Perchè. perché mi trovavo a non poter venire! Non cascava il mondo, sai, se aspettavi ancora un po’ ad entrare! Ero sola ed ero già andata a letto. e tu, come mai sei già di ritorno? – Oreste capì che lei diceva la verità, e rispose che a causa del maltempo incontrato in alto mare erano dovuti rientrare per riprendere il viaggio l’indomani, e, stanco com’era e morto di freddo andò a letto subito. Iselle non riusciva a prender sonno, pensava ai tre gobbetti dentro il forno, a come fare per tirarli fuori, e, tra un pensiero e l’altro, finì che si addormentò anch’essa.

Era da poco spuntata l’alba, ed Oreste era già pronto a salpare; ancora gli stessi saluti ad Iselle e via verso il porto. Sta volta Iselle non aspettò nemmeno di vedere sbandierare il saluto di Oreste che entrò ad aprire il forno. I tre non davano più segni di vita, sicuramente lo sportello del forno era rimasto in ottimo stato, ermetico come prima, tanto che i tre, esaurita l’aria all’interno del forno, morirono asfissiati. Iselle rimase senza fiato, non sapeva ora che fare dei tre gobbetti; non c’era tempo d’aspettare, doveva decidere subito il da fare prima ancora che qualcuno venisse a sapere della morte dei tre. Si trovò a passare davanti casa, un pescivendolo che spingeva un carrettino con su delle cassette di pesce; Iselle lo chiamò, in un primo momento, il pescivendolo pensò che lei volesse venduto del pesce, poi invece capì che essa gli offriva un servizievole lavoro. – Sentite, buon’uomo, non so come sia potuto succedere, ho dato ospitalità per questa notte a questo gobbetto e stamani me lo sono visto morto, se ve lo metto dentro un sacco, me lo fareste il servizio di andarlo a buttare in alto mare? Vi ricompenserei bene al ritorno, sapete? – Il pescivendolo ci pensò un po’, e alla fine decise di acconsentire. – Vi lascio qui davanti il mio carrettino coi pesci, il tempo di ritornare. voi mi date quanto mi è dovuto, io mi riprendo il mio carrettino e ognuno per la sua strada. – Così dicendo si caricò il sacco con dentro il gobbetto e andò a buttarlo a mare. Al ritorno, Iselle, gli fece trovare seduto sulla stessa sedia il secondo gobbetto, e prima che il pescivendolo aprisse bocca lo rimproverò dicendogli che sicuramente l’aveva presa in giro e che aveva fatto finta di sbarazzarsene, quindi non gli avrebbe dato un soldo; il povero cristo del pescivendolo che aveva veramente visto con i propri occhi il sacco scendere in fondo al mare, rimase senza parole. “Com’è potuta succedere una cosa del genere” continuava a pensare il pescivendolo, senza potersene dare una ragione. Avvilito, si ricaricò il sacco sulle spalle e si avviò a mare, aspettò di vederlo scomparire del tutto e ritornò dalla signora. Bussò e. il gobbetto era ancora li come lo aveva lasciato; la signora non volle sentire ragione e lo sgridò dicendo che se non era in grado di farlo quel lavoro era meglio che glielo dicesse davanti anziché starla a prendere in giro. Il pescivendolo continuava a non capirci niente. – L’ho visto scendere io, con i miei occhi, il sacco in fondo al mare! Com’è possibile? – – E’ segno che dovete assicurarvene di più! – ribatté Iselle. Il pescivendolo fece per mollare tutto, poi pensò ai primi due viaggi già fatti e senza nessuna ricompensa; legò bene il sacco con un doppio giro di lazzo, se lo caricò sulle spalle e fece ritorno a mare, prese una barca che era li arenata e lo condusse dove l’acqua stavolta era molto alta, legò una grossa pietra al sacco e lo buttò in acqua aspettando che scomparisse del tutto, attese ancora un po’ e, assicuratosi che sta volta non sarebbe più risalito, riprese a remare, ma. appena arrivato a terra s’accorse, sulla banchina del molo, di un gobbetto che correva verso terra. – Eih, tu fermati! Dove vai? Lo rincorse, e, acchiappatolo, lo mise dentro un sacco, riprese la barca e lo condusse al largo dove l’acqua era attraversata da grossi navi, gli legò l’ancora che si trovava su quella vecchia barca e aspettò che si facesse quasi sera prima di ritornare da Iselle e dal suo vecchio carrettino.

Rocco